14 de mayo de 2014

Carlo Iacomucci “Marchigiano dell’anno” Difunde Cita En Las Diagonales.









 

SARA’ PREMIATO A ROMA, IN CAMPIDOGLIO, IL PROSSIMO 14 MAGGIO
Carlo Iacomucci “Marchigiano dell’anno”
Il riconoscimento assegnato dal Centro Studi Marche che da trent’anni porta alla ribalta i personaggi che hanno fatto conoscere la nostra regione in Italia e nel mondo. L’artista, che ora vive a Macerata, è uno dei principali continuatori della prestigiosa tradizione della Scuola del Libro di Urbino.    

  Il pittore e incisore urbinate Carlo Iacomucci è uno degli otto “Marchigiani dell’anno”. Riceverà il prestigioso riconoscimento mercoledì  14 maggio, a Roma, nella sala Protomoteca del Campidoglio.  Il premio è stato istituito nel 1984 dal Centro Studi Marche “Giuseppe Giunchi” di Roma per esaltare la “marchigianità” e il senso di appartenenza a una regione conosciuta e apprezzata per operosità, intraprendenza e spirito di iniziativa. Ogni anno il Cesma (Centro Studi Marche) porta alla ribalta i marchigiani sparsi in un po’ ovunque, in Italia e nel mondo, che si sono distinti nei settori della cultura, dell’economia, dell’arte, della ricerca e dell’imprenditoria.

    Carlo Iacomucci ha ricevuto la comunicazione ufficiale del direttore del Centro Studi Marche, Pina Gentili e sarà premiato a Roma alla presenza del Presidente onorario, l’immunologo Fernando Aiuti e del Presidente Franco Moschini. Iacomucci è originario di Urbino, ma da anni vive e lavora a Macerata. E’ uno dei maggiori artisti viventi che porta avanti la prestigiosa tradizione della Scuola del Libro di Urbino dove negli anni Trenta si sono formati Fiume, Brindisi, Ciarrocchi e tanti altri che hanno segnato le vicende artistiche del nostro Paese. Le pubblicazioni realizzate dagli allievi dell’Istituto feltresco sotto la guida di prestigiosi maestri (spesso non più di una all’anno e sempre a tiratura limitata), sono tutte piccole e deliziose pietre miliari dell’editoria italiana del Novecento.  Sono il frutto della perfetta fusione fra arte tipografica e arte incisoria nel solco della ideale linea storica cominciata con l’incontro fra D’Annunzio e De Carolis all’inizio del Novecento.

     Carlo Iacomucci è uno degli eredi di questa grande tradizione, tanto che si definisce più incisore che pittore. Usa con straordinaria abilità la tecnica dell’acquaforte usata come forma espressiva fin dal Medio Evo (quando si utilizzata l’acido nitrico) proprio perché non soggetta a regole ferree e quindi consente all’artista di liberare al massimo la propria creatività. Da quarant’anni fonda la sua ricerca di base sul dilemma fra vero e falso, fra sogno e realtà. Si esprime attraverso il segno che diventa anche “personaggio” o “sentinella della natura”. Con il colore, invece, fa vibrare le corde del sentimento e stimola le emozioni. Poi usa i simboli come l’onnipresente aquilone di pascoliniana memoria. L’aquilone inteso come simbolo di libertà e di speranza. Oppure l’utilizzo delle tracce o gocce: sette pennellate o spazi bianchi intesi come “movimenti ventosi nello spazio”. Sette come i colori della luce.

      Iacomucci, che dal 1985 si è stabilito a Macerata dove ha insegnato all’Istituto d’arte statale, è vissuto per un certo periodo anche a Roma (dove ha maturato la passione per l’incisione e l’acquaforte in particolare) e per brevi periodi anche all’estero: Parigi, Praga (dove ha realizzato disegni a china e acquerelli) e soprattutto a Londra dove è stato affascinato dal quartiere “Portobello Road-Notting Hill”.

     Nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera ha ottenuto tantissimi riconoscimenti fra i quali l’onorificenza di Cavaliere al merito artistico e culturale conferitagli nel 2011 dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Alcune sue incisioni sono state inserite nella prestigiosa raccolta delle stampe “Achille Bertarelli” conservata a Milano nel Castello Sforzesco. Alcune sue originalissime illustrazioni, con vedute di Macerata ai tempi di padre Matteo Ricci, sono state esposte nella mostra “Europa am Hofe der Ming” allestita nel Museum Für Ostasiatische Kunst Staatliche di Berlino. Parte di quelle illustrazioni sono state pubblicate nel prezioso libro-catalogo tradotto in tedesco dall’editore Mazzotta. L’invito alla 54^ Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia-Padiglione Italia per Regioni,  a cura di Vittorio Sgarbi, per le Marche sede espositiva ad Urbino Orto dell'Abbondanza;
    Iacomucci  ha sempre coltivato interesse per gli ex-libris, tanto che lo storico del settore, Giancarlo Torre, lo ha inserito fra i venti artisti internazionali più rappresentativi, e alcune sue opere sono pubblicate nel libro d’arte edito in Portogallo da Artur Mario Da Mota Miranda “Contemporary International Ex-Libris Artists”. Il critico Armando Ginesi lo ha inserito nel volume “Le Marche e il XX Secolo-Atlante degli Artisti”, pubblicato da Federico Motta Editore di Milano.

    Il riconoscimento assegnatogli dal Centro Studi Marche come “marchigiano dell’anno” è quindi una ulteriore testimonianza della fama e del prestigio che Carlo Iacomucci ha saputo conquistare con la sua straordinaria capacità creativa e come continuatore della prestigiosa tradizione della Scuola del Libro di Urbino.  www.carloiacomucci.it

Gianni  Rossetti
 (Direttore Scuola Giornalismo Università di Urbino)                                                Maggio, 2014 

Tomás Hoffmann y Susana Hoffmann en BN- Textos y Obras.

Tomás Hoffmann y Susana Hoffmann en la Biblioteca Nacional

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Mónica Torres- Enlaces. Revista de Psicoanálisis y Cultura

















Fernanda Morello- Silvia Ons- Oscar Zack- Tomás Hoffmann- Susana Hoffmann

Presentaciones Julio Abdala

Presentaciones: Silvia Ons-Osar Zack con Tomás Hoffmann y Susana B. de Hoffmann






Presentación en La Biblioteca Nacional RA por Silvia Ons





Fernanda Morello
Fernanda Morello y Tomás Hoffmann




13 de mayo de 2014

Que hacemos con los niños?

Los Niños: como los incluimos en nuestras vidas-Pensar en la Vocación.

¿Quiénes pueden ser padres ante la ley? Crónicas porteñas de Silvia Elena Tendlarz






¿Quiénes pueden ser padres ante la ley?
Crónicas porteñas de Silvia Elena Tendlarz


Durante muchos años los Códigos Civiles de las distintas legislaciones han establecido los derechos y deberes de hombres y mujeres para ser reconocidos como padres y puedan, a su vez, reconocer a su hijos como propios. El matrimonio daba el resguardo legal en parejas heterosexuales. La llegada de los estudios de ADN, la "verdad biológica", permitió que un hombre pudiera probar que no era su hijo en caso de infidelidad, o por el contrario, de no estar casados y no quisiera reconocerlo, fuera obligado a hacerlo.
Las técnicas de reproducción asistida modificaron el panorama: existen donantes de esperma y de óvulos. La verdad biológica no determina ya la paternidad o la maternidad. Esto traduce un cambio en las leyes como efecto del avance de la ciencia y de las costumbres. Los donantes suelen ser anónimos y no pueden reclamar luego la paternidad o la maternidad, y tampoco los niños pueden reclamar obligaciones alimentarias.
El conyugue debe firmar previamente su consentimiento para que sea un hijo del matrimonio, de lo contrario puede no autorizarse legalmente a efectuarse el procedimiento, rechazarse la paternidad, e incluso ha existido el caso legal de una denuncia por infidelidad reproductiva al utilizarse la donación de semen sin el consentimiento del marido.
De la certeza de la madre dada por el parto y la incertidumbre acerca de quién es el padre,  se pasa a la certeza biológica del padre por el examen de ADN y la multiplicación de las madres por las técnicas de reproducción asistida: la genética, que aporta el óvulo; la que pasa por el parto; y, eventualmente, la que adopta al bebé o lleva a cabo la maternidad por sustitución, la madre social.
No obstante, lo biológico y lo social no terminan de absorber la pregunta acerca de quiénes son los padres, algo se hurta irremediablemente, y las leyes aparecen para proponer nuevas maneras de distribuir las funciones de padre y de madre ante el movimiento incesante del encuentro y desencuentro amoroso entre los partenaires. De allí que lo cierto y lo incierto comienza a tener transformaciones y a expandirse en su multiplicidad, dando cuenta del declive el poder del Uno en nuestro mundo contemporáneo.
Surgen así dos problemáticas diferentes pero enlazadas entre sí: las respuestas ante la imposibilidad reproductiva de una pareja heterosexual en la que la mujer no puede pasar por un embarazo, y las configuraciones familiares que se producen ante la imposibilidad biológica de una pareja homosexual.

Maternidad subrogada

Para la legislación argentina, como mayoritariamente en el mundo, la maternidad es una "verdad de vientre": madre es quien pasa por el embarazo y por el parto. Se plantea entonces el problema de las mujeres que quieren tener un hijo, no pueden pasar un embarazo, y no terminan de decidir la opción de la adopción. Como así también los casos de parejas de hombres homosexuales, la "copaternidad" o la paternidad de un hombre solo. Esto lleva a la discusión legal en torno a la figura de la "maternidad subrogada", la gestación por sustitución, sin que necesariamente se trate de un "alquiler de vientre".
La legislación argentina estipula que no se puede tener más de dos vínculos familiares cualesquiera sea la naturaleza de la filiación, y madre es la que pasa por el parto. Entonces, ¿cómo podría una mujer ser reconocida como madre cuando otra mujer pasa por el parto?
Un caso mediático en la Argentina presentó este problema. Maica Moraes, casada con Juan De Gregorio, pierde dos embarazos, y en el segundo deben quitarle el útero. Un amiga, que ya tenía hijos, le ofrece prestarle su vientre y deciden emprender un "embarazo de a tres" sin que exista un pago por ello. Luego del nacimiento comienzan los procesos legales para la inscripción de la "verdadera identidad" de las dos personas que desearon ser padres. Luego de un año lograron ese reconocimiento, en junio del año 2013, volviéndose así la primera subrogación legal en Argentina, aunque exista aún un vacío legal relativo a esa cuestión. Se vuelve así un antecedente jurídico.
Recientemente un Juzgado de Familia de Gualeguay determinó una maternidad subrogada a partir de la "voluntad procreacional" de los interesados.
El Proyecto de ley sobre este tema indica que la madre gestante no aporta sus gametos, tiene ya por lo menos un hijo, no tiene retribución (no es un alquiler de vientre), y al menos uno de los dos padres aporta sus gametos. Esto tendría que llevarse a cabo con una autorización judicial previa, de lo contrario rige la filiación por naturaleza y es madre quien pasa por el parto.
No obstante, luego de una intensa discusión, ese proyecto quedó por fuera de la reforma del Código Civil argentino aprobado por el Senado en noviembre de 2013.
Entre los partidarios de esta ley se encuentra la jurista argentina Aida Carlucchi, que junto a Lamm y Herrera publicaron un artículo en la revista La ley titulado "Regulación de la ley por sustitución". Señalan el crecimiento de las legislaciones en torno al tema desde los últimos diez años y la necesidad de regulación legal para evitar los conflictos.
En Brasil esta práctica es más difundida pero la legislación brasilera establece que quien presta el vientre debe ser un familiar de modo tal de restringir lo más posible la comercialización del cuerpo. Se trata de evitar la comercialización de los cuerpos y el "mercado negro" de "alquiler de vientres".
A pesar de este riesgo, las autoras del artículo sostienen, basándose en un fallo del Tribunal Europeo del año 2010, que no son razones suficientes para su prohibición total. De allí que el proyecto incluye ciertas condiciones para evitar los juicios acerca de quién es la madre, como ha ocurrido ya, en la dilucidación de la madre portadora, la genética o la social; los "arrepentimientos" de alguna de las partes; la comercialización del cuerpo; la cosificación del bebé; el "turismo reproductivo".
Por otra parte, excluyen de esta posibilidad legal a aquellas mujeres que pudiendo pasar por un embarazo desean delegar la gestación a otra mujer por confort.
No obstante, lo biológico retorna de otra manera: para recurrir a la maternidad por sustitución y no a la adopción uno de los dos miembros de la pareja debe aportar su material genético. En algunos países se discute esta cuestión, como en The Uniforme Parentage Act, de Estados Unidos (2002), puesto que afirman que así como quienes no pueden gestar pero aportan su material genético pueden optar por ambas posibilidades, los que no pueden aportar su material genético también deben tener esta opción.
Para las parejas o matrimonios compuestos por hombres, o incluso hombres solos, la gestación por sustitución se presenta como única opción de tener un hijo genéticamente propio y ejercer el derecho de la "copaternidad" que otorga el matrimonio igualitario en la Argentina.
La figura de la maternidad sigue aún muy ligada en Argentina, como en gran parte del mundo, al embarazo y al parto, pero en realidad no hay nada en la biología o en la concepción del embarazo que asegure que una mujer se vuelva madre.
El siglo XXI es testigo de la caída de los presupuestos ideológicos de distribución de mujeres y hombres, madres y padres, búsqueda de parejas, dadas por la anatomía o por la biología. Los avances de la ciencia y las técnicas de reproducción asistida amplían el espectro y la diversidad de filiaciones posibles. Las leyes intentan resguardar cierto marco ético en esta explosión de posibilidades. A veces para lo mejor o para lo peor puesto que en cada oportunidad segrega sus marginales.
Lo cierto es que ninguna respuesta científica o legal puede responder qué es ese niño para esa madre, qué funcionó como padre para ese niño, y cómo se distribuye la parte mujer y la parte madre en un sujeto singular. La forclusión del sujeto por la ciencia fue vislumbrada ya por Lacan. Desde el psicoanálisis, se trata de acoger "esas vidas que se confiesan", como dice Lacan, y desde ahí acompañarlos en la búsqueda de su salida.

El matrimonio igualitario y sus hijos

Las transformaciones sociales y legales han permitido que las parejas homosexuales, que existen desde siempre, puedan declarar su relación ante la ley. En la Argentina primero se legalizó la "Unión Civil", y a partir del 15 de julio de 2010 entró en vigencia de la ley denominada "matrimonio igualitario". Todos tienen igualmente derecho a casarse con quien elijan, y se incluye así la posibilidad de casarse con una persona del mismo sexo. La expresión "igualitario" es utilizada en el Código Civil para dar cuenta de la búsqueda de igualdad entre los habitantes del país. Luego se masificó la expresión para hablar del matrimonio homosexual. De esta manera, Argentina se volvió el décimo país en el mundo en legalizar el matrimonio gay, primero en Latinoamérica, con más de 7000 matrimonios efectuados desde entonces.
Ahora bien, ¿qué pasa con los hijos? La imposibilidad biológica de concebir un hijo vuelve necesario el recurso a la reproducción asistida o a la inclusión de un tercero.
La diversidad familiar hace que las leyes se vean compelidas a dar nuevas respuestas. El proyecto de reforma del Código Civil argentino reconoce la "voluntad procreacional" como fuente de filiación cuando se utilicen técnicas de reproducción asistida. Se trata de añadir esta vertiente a la filiación natural y por adopción. Pero, sobre todo, para que sea independiente del estado civil de sus padres o madres.
A diferencia del acuerdo entre un hombre y una mujer para gestar y tener un bebé sin estar casados, en los que basta el reconocimiento por parte del hombre y el parto de la mujer, para una pareja gay en tal situación deben crearse los resguardos legales para que el conyugue pueda reconocerlo como propio.
Ante la ley argentina, los dos conyugues gay son padres o madres si el niño nace después de celebrado el matrimonio, pero si no están casados la situación es diferente. ¿En qué situación queda la pareja del que reconoce al hijo si se separan?
Este problema se presentó en Córdoba, Argentina, para Silvia Alderete. Junto con su por entonces pareja decidieron tener un hijo con otra pareja gay. El hijo fue anotado con los nombres del padre y de la madre biológicos. Luego del nacimiento entran en crisis y las dos mujeres se separan. Ante la negativa de dejar ver al niño por parte de la madre biológica, comienzan un juicio. Silvia Alderete se presentó con un certificado de convivencia y con testigos de su cuidado del niño durante el tiempo que duró la pareja. Un mes antes de la sanción del matrimonio igualitario, en 2010, la jueza la reconoció como "madre de crianza", privilegió el derecho del niño a recibir su afecto y le otorgó un régimen de visitas.
No está permitido en Argentina la triple o cuádruple filiación ni se ha presentado ningún antecedente legal de tal pedido hasta ahora.
En cambio, en febrero de este año en Canadá tuvo lugar el primer reconocimiento legal de dos madres con un padre, donador de esperma, sin recurrir a un juicio, otorgándole a este último un régimen de visitas y la posibilidad de incluirse en decisiones sobre el hijo. Si bien esta configuración familiar existía desde los años 90, al no tener ningún reconocimiento legal debían pasar por un juicio. De esta manera, los donantes pueden ser reconocidos como padres si firman un acuerdo antes de la concepción. Estas familias "poliamorosas", como se las ha llamado, o "lazos parentales múltiples" dan cuenta cómo el género no determina las funciones de cuidado, materna y paterna.
La "coparentalidad" de hombres y mujeres, heterosexuales o no, existe en forma privada cuando dos personas se ponen de acuerdo para gestar o criar un hijo sin estar en pareja. El reconocimientos se hace a continuación de acuerdo a la ley argentina. Esto pone en evidencia la separación entre la alianza, la relación con el partenaire, y la reproducción. No se trata ya solo del género de la pareja, sino que la familia se constituye a partir del hijo, como fuera señalado oportunamente por Eric Laurent.
A pesar de que no existe la figura de dos madres o dos padres por fuera del matrimonio, las discusiones jurídicas en torno a las "familias ensambladas"  incluyen la idea de padres o madres "afines o de crianza", que sin ser equivalente a los padres biológicos o adoptivos, ni ser legalmente sus padres, ya sea hetero u homosexual, conviven con el niño y participan de su cuidado y afecto.
En realidad, toda madre o padre debe tener la afinidad de reconocer a su hijo como tal, desearlo y volverse responsable de él, independientemente de la genética, del género, de la biología o de los acuerdos legales con los que se intenta asegurarse que se lleve a cabo en forma adecuada la maternidad y la paternidad. El deseo se encarna en sujetos, en seres-hablantes que no pueden más que trasmitir su exilio, desgarro y tropiezos frente a la imposible inscripción de la relación sexual. Desde esta posición singular se volverán madres y padres a su manera.





Oscar Zack 28-3-2014 en Biblioteca Nacional de La República Argentina.






 
Presentación Cita en las Diagonales                       
Quiero  comenzar  agradeciendo a mis colegas y amigos que me han invitado  a participar de esta presentación, ellos son Susana y Tomás Hoffmann, responsables de la existencia de lo que llamaría un acontecimiento en el campo de la cultura que hoy ya posee un nombre propio, a saber: Cita en las Diagonales.
“El verbo leer, supo decir Jorge Luis Borges, como el verbo amar y el verbo soñar, no soporta el modo imperativo. Yo siempre les aconsejé a mis estudiantes que si un libro los aburre lo dejen; que no lo lean porque es famoso, que no lean un libro porque es moderno, que no lean un libro porque es antiguo. La lectura debe ser una de las formas de la felicidad y no se puede obligar a nadie a ser feliz."           
Toda presentación de este tipo, en este caso de lo que los creadores de la misma han dado en subtitular  Revista Digital Psicoanálisis ≤≥ Cultura,  genera una alegría especial  para los que tenemos el hábito de mantener cierto diálogo con la palabra escrita y en esta ocasión hay que agregarle, un detalle no menor, mantener un dialogo con la palabra plausible de ser escuchada.
Es una publicación que al hacer uso de las tecnologías que la modernidad ofrece, se presenta bajo un formato digital, formato que la ubica decididamente bajo las coordenadas de la época.
Ahora bien, cabe recordar que todo acto de presentación promueve, de alguna manera, la introducción de algo nuevo, un objeto, un sujeto, un saber, en el campo del Otro.
La  estructura de toda presentación responde a esta lógica.
Pero como supongo que muchos de los aquí presentes han tenido ya la posibilidad de acceder a Cita, adecuaré mis palabras para realizar algunas reflexiones que me evocan su existencia.
Entonces me pregunto ¿Cómo se genera un acontecimiento del campo de la cultura como Cita en las Diagonales?
Dos perspectivas se abren para considerar, la primera seria sostener su existencia como un hecho ex –nihilo, que encontraría su fundamento sostenido en la célebre frase del poeta religioso del siglo XVII Angelus Silesius quien supo decir La rosa es sin por qué; florece porque florece. No cuida de sí  misma, no pregunta si se la ve”, forma retórica de expresar una existencia sin una causa que la fundamente, y sin lazo con el Otro, es decir se trataría de un objeto que responde a los efectos de un real sin ley.
La otra perspectiva, que en este caso la considero más realista, se encuadra en el pensamiento racionalista, por ejemplo de Gottfried  Leibniz,  que sostiene que “nada es sin razón”,  instituyendo de esta forma la función de la causa, de tal forma que todo acontecimiento es consecuencia de algún principio, aunque ignoremos la materialidad del mismo.
En este caso es deducible que la causa que posibilitó esta existencia se sostiene fundamentalmente en la conjunción de los deseos de sus creadores, deseos que encontraron rápidamente sus partenaires adecuados para posibilitar que hoy la tengamos entre nosotros.
Ahora bien, ¿Cómo definir mi lazo con Cita?
Para acercarme a este propósito voy a utilizar a modo de paráfrasis una referencia por casi todos conocida.
Cita me evoca a Rayuela, la célebre novela de Cortázar, que él mismo definió como una “contra novela”, en la medida en que admite un recorrido lineal, clásico, y también uno laberíntico.
En nuestro caso no hay explícitamente un orden lineal sino que ella nos propone una lectura, un recorrido, que permite conjugar a los diversos temas y a los múltiples autores que, con sus diversos estilos, gustos y actividades conviven en ella.
Tiene, si se quiere, un formato compatible con una estructura abierta y descompletada que siempre admite a uno más entre sus apartados.
De esta forma Cita, como una Rayuela moderna, empuja al lector a un protagonismo creativo.
Cada ciber –lector puede darse el lujo de inventar su propio recorrido.
Es así que Cita no puede ser abordada sin el compromiso, sin el deseo, de cada sujeto que se sumerge en ella, deseo que encuentra su soporte material entre sus ciber-paginas, entre sus links, para ser más precisos, y que encontrará de manera novedosa en su recorrido, las intersecciones entre el psicoanálisis y las distintas expresiones creativas de sus expositores.
El espacio y la forma que les otorga a las distintas manifestaciones culturales (cine, teatro, pintura, etc.) son las que convienen tanto al psicoanálisis como a los analistas.  Esto es  el de dejarse enseñar por el artista y no pretender explicar, darle un sentido, al proceso creativo, es decir abstenerse del uso indebido de la interpretación psicoanalítica.
El artista, como enseñó Lacan, siempre nos lleva la delantera y Cita, al respetar esta orientación, es también una publicación profundamente lacaniana.
Cabe resaltar que su presentación en la pantalla hace que nos encontremos desafiados a un doble juego escópico en la medida que al ser mirados por ese ojito que pestañea en el ángulo superior derecho de su portada, nos convoca a mirarla.
En la dialéctica del mirarla y ser mirados se perfila su agalma, su anillo. 
Quizás se pregunten ¿un anillo para representar el agalma?
Sostengamos la pregunta, luego develaré el enigma.
Ahora bien, ¿Qué encontramos cuando la recorremos?
En principio muchas cosas, un abanico de ofertas culturales que se encuentran agrupadas, algunas de ellas, bajo títulos convocantes.
Por ejemplo, es por demás interesante las múltiples opciones que se agrupan bajo la rúbrica Vocaciones.
Allí podrán encontrarse con cultores de diversas experiencias a las que accedemos a partir de las entrevistas que Susana y Tomas conducen,  entre las cuales hay una que a mi juicio merece ser subrayada y que amerita dedicarle un párrafo aparte: se trata del trabajo que realizan los artistas agrupados en el Circo social del Sur,  que no solo presentan su performance específica sino que nos permiten captar cómo se materializa un verdadero  compromiso con chicos que padecen historias de vida complejas y amenazantes.
También  nos encontramos con la palabra y las reflexiones de escritores, intelectuales, artistas, profesionales que actúan en diversos campos de la cultura.
Recorriendo la rúbrica Vocaciones, nos encontramos con el espacio dedicado a los chicos, espacio al que vale dedicarle un tiempo para escuchar como Susana con habilidad y respeto, extrae las reflexiones y pensamientos de los niños que se prestan gustosos a lo que seguro es el primer reportaje de sus vidas.
Siguiendo el camino que cada deseo instituye como brújula podemos detenernos en el espacio dedicado a los museos del Holocausto, Espacio memoria y derechos humanos. Es maravilloso el recorrido que se puede hacer por el Van Gogh Museum en donde uno se puede detener a leer el texto de Tomas donde reflexiona acerca de las cartas de Van Gogh y el Seminario de La Ética de Lacan.
Transitando entre sus ofertas podemos encontrarnos con los diversos agrupamientos de textos que también ameritan detenernos en ellos. Así, vemos como “escriben los analistas, los analizados, los autores que testimonian en…entonces escribí.
Este pequeño derrotero no pretende agotar todo lo que se puede encontrar en sus páginas. Solo tiene la pretensión de transmitirles brevemente aquello que Tomas Hoffmann en su editorial definió acertadamente al decir que “Cuando se concurre a una cita nunca se sabe lo que a uno le espera.”
Es decir hay que estar abierto a la sorpresa, al encuentro.
Para ir concluyendo: prometí aclarar el enigma que surgía al  hacer coincidir el objeto agalmático con el objeto anillo.
Este objeto, el anillo, tiene la virtud de articular de manera ejemplar el borde con el vacío, el contorno con el agujero.
Para ilustrar esta analogía  voy a referirme a una vieja leyenda que nos relata Italo Calvino (en su libro Seis propuestas para el próximo milenio, en el apartado titulado Rapidez).
Dice así: El emperador Carlomagno se enamoró, siendo ya viejo, de una muchacha alemana. Los nobles de la corte estaban muy preocupados porque el soberano, poseído de ardor amoroso y olvidado de la dignidad real, descuidaba los asuntos del Imperio.
Cuando la muchacha murió repentinamente, los dignatarios respiraron aliviados, pero por poco tiempo, porque el amor de Carlomagno no había muerto con ella. El Emperador, que había hecho llevar a su aposento el cadáver embalsamado, no quería separarse de él. El arzobispo Turpín, asustado de esta macabra pasión, sospechó un encantamiento y quiso examinar el cadáver.
Escondido debajo de la lengua muerta encontró un anillo con una piedra preciosa. No bien el anillo estuvo en manos de Turpín, Carlomagno se apresuró a dar sepultura al cadáver y volcó su amor en la persona del arzobispo. Para escapar de embarazosa situación, Turpín arrojó el anillo al lago de Constanza.
Carlomagno se enamoró del lago de Constanza y no quiso alejarse nunca más de sus orillas. Hasta aquí la leyenda.
Estimados amigos y lectores de Cita, a cada cual le corresponderá encontrar, en cada uno de los artículos, y, en la revista en su conjunto el anillo que mejor se ajuste a vuestro gusto.
El anillo está, solo hay que estar abierto a su encuentro.
Muchas gracias.             Oscar Zack    28-3-2014