23 de junio de 2012

Stefano Bemer en italiano

Artículo publicado originalmente en la revista The Rake. Traducido por Laura Panico

Cálido e generso é conosciuto per aver insegnato a grandi fabbricanti di scarpe e per esserne uno anche lui. Ha insegnato il mestiere a Daniel Day Lewis, ed ha tre apprendisti giapponesi lavorando per lui. Il quinto integrante del suo team é suo fratello Mario, tagliatore.

Stefano ha iniziato la sua carriera in un piccolo paese, Greve in Chianti nel 1983. Ha incominciato aggiustando le sue proprie scarpe: aveva un amico che lavorava presso il magazino Mr. Minute che riparava le scarpe velocemente e che si trovava nel paese accanto, ed ha imparato da lui il basico. Avendo potuto riparare le proprie scarpe aveva comunque un problema, no aveva altri pezzi sui quali lavorarci. Ha quindi deciso di aprire la propria bottega nel suo paese, ha invitato tutti e glia offrendogli di riparare ad ogni uno un paio di scarpe.

L’ispirazione per fabbricare scarpe é arrivata da parte di un aristocratico locale che rimase impressionato dal lavoro che Stefano aveva fatto nel riparare un tacco e gli offri di mostrargli la sua collezione di scarpe fatte su misura. Aveva più di 250 paia di scarpe tutte fatte da Jhon Lobb. “Questo mi fece vedere la bellezza nelle scarpe a misura, le possibilità e l’artistica”, disse. E così Stefano si recò a Firenze per imparare il mestiere.

Le prime scarpe che fece furono per quel aristocratico. Erano dei mocassini semplici fatti senza che il cliente li abbia mai misurati. “Non andavano male pero erano un poco grandi ed il tacco scappava un poco”, ricorda Stefano. Io ero scoraggiato pero lui rimase impressionato dalla mia capacità di fabbricare qualcosa ad occhio e m’incoraggiò per farne altre.

Lui continuò a fabbricare e riparare scarpe per un circolo abbastanza grande di nobili italiani. E sottolinea l’importanza di questo processo di apprendimento. “Quando ripari scarpe nel particolare una bordatura, per esempio, impari veramente tantissimo. Smonti la scarpa e riesci a vedere come viene messa insieme. Impari in quale modo i migliori fabbricanti di scarpe del mondo fanno il loro mestiere. Stefano é ormai considerato uno dei migliori calzolai su misura d’Italia.

La qualità del lavoro di Stefano dovrebbe essere ovvia dalle immagini. C’é anche un bel video (in italiano) nel suo sito. Il suo gusto é tendenzialmente conservatore per quanto riguarda il lavoro su misura, ha uno stile sottile, e non a punta. Ammira a Cleverley, John Carnera nel particolare, ma crede che Lobb abbia uno stile inutilmente pesante e la maggior parte dei calzolai che lavorano su misura – Berluti, Santoni, Lattanzi – sono troppo preoccupati per lo stile più che per la sostanza. Pero a Stefano piace anche esperimentare con scarpe da basket o da guida fatte su misura. Il tacco viene fatto come al solito pero costruito all’interno di una sola di cuoio ondulata. Parte della personalità la si trova nel packaging. Le scarpe vengono confezionate in scatole di vino di legno, con un monogramma all’esterno, un set di spazzole e una bellissima borsa da scarpe fatta di tweed.

Le scarpe su misura di Stefano hanno un costo iniziale di €2.300 più €330 alla fine con il primo ordine. È importante sottolineare che produce anche una vasta gamma di scarpe fatte su richiesta che vengono prodotte con i stessi standard delle scarpe fatte su misura, con l'attenzione individuale per la realizzazione e cucitura a mano. C’é soltanto una macchina nello studio che é una Goodyear, un’antichità che non viene più usata.

Le scarpe fatte su richiesta vanno dai €890 e ci vogliono solo 30 giorni di tempo. Per le scarpe fatte su misura ci vogliono invece 3 mesi e devono essere misurate almeno una volta in Firenze. Stefano non viaggia, almeno per il momento. Le scarpe di Stefano su ordinazione si vendono in Giappone ed Australia nonché in Firenze pero in un’altro studio diverso dalla bottega dove si lavora solo su misura.

La società porta il nome del fondatore e attuale titolare. Autodidatta, aprì il primo negozio di riparazione nel 1983, nella città toscana di Greve in Chianti.

Dopo ha trasferito la sua bottega in Firenze, nel 1987, ed ha sviluppato, con l’aiuto di un prestigioso artigiano la sua competenza per quanto riguarda le scarpe su misura, ed ha completato il suo allenamento con un corso in design e modellazione di calzature. “Imparare dagli errori” è la filosofia che ha dato forma al primo anno di attività, e gradualmente la sua bottega è diventata un negozio crescente al tempo che manteneva un altissima qualità e una lavorazione esclusiva del mestiere.

Il nome Stefano Bemer é riconosciuto come quello di uno dei 5 fabbricanti di scarpe più importanti dell’Europa per la qualità e competenza nella produzione di “vere” scarpe su misura.

Durante molti anni l’esperienza della società nella fabbricazione di scarpe su misura (quella più completa del settore) é stata messa a disposizione delle aziende nel settore della moda.

La linea The Prêt-à-porter è stata lanciata nel 2000 nell’inaugurazione del primo locale con il suo proprio marchio in Giappone dove ha ottenuto un notevole successo, non solo nelle vendite ma anche nelle critiche.

Così tanto che nel 2004, sulla scia del successo di Stefano Bemer, é nata una seconda linea di Stefano Bemer, una collezione Prêt-à-porter per un pubblico medio – alto. Si rivolge a un mercato più ampio, non solo il Giappone ma anche gli Stati Uniti, l’Europa e la Russia.

(Las fotos pertenecen a este sitio).

12 de junio de 2012

Obras: "Autobiografía" y algunos poemas de María Andrea Romero

Autobiografía

20 de agosto de 1976, se cree que a las 9 de la mañana nace la primera nena de la familia. Sus tres hermanos varones mayores hicieron que el nombre Julieta fuera desplazándose tanto que al final ninguno recordó que ése era el nombre elegido para cuando nazca la nena. Criada entre changos, ha aprendido a manejar un preciso lenguaje futbolístico pero sin entender muchas veces lo que dice. Jugó al hockey hasta que a los 19 años leyó a Sigmund Freud. Ya nada fue igual. A los 20 rindiendo el examen final de Escuelas, Corrientes y Sistemas de la Psicología, Andrea sustentada en la seguridad de haber comprendido, realiza un decidido y osado comentario: “Jacques Lacan estructuró al inconsciente como un lenguaje” a lo que el Profesor Titular respondió: “Mmm…no”. Eso terminó de definir la necesidad de comenzar a psicoanalizarse y a estudiar con pretensiones inconmensurables y difíciles de agotar al psicoanálisis lacaniano, invirtiendo desde aquella época hasta la fecha mucho tiempo y dinero en esas prácticas. Respecto a lo no cuantificable, cabe destacar que el discurso psicoanalítico lleva las de ganar en su vida. “La palabra es la morada del ser” para Hiedegger y para ella. Lo literario, formalmente hablando, se despertó luego de la vuelta no calculada a su Rioja natal. “No busco, encuentro” y conoció los talleres literarios de Adriana P. De ella recibió apoyo y elogios pero fundamentalmente muchos: ¡sh! Su tío abuelo Alberto Carballo poeta, cantautor, pintor y creador de la técnica pictórica Piro-art, a quién ella conoce recién en Enero del 2011 le dijo: “M´hija, tomesé en serio el tema de la poesía” palabras que retumbaron en su cabeza y la decidieron a comenzar a ceder sus escritos en concursos, publicaciones y otras yerbas.

“Los sujetos, más que poetas, son poemas que se niegan a ser leídos” es la frase lacaniana que orienta toda su escritura.

A modo de legado, ruega que en su tumba se escriba: “No murió, jajaja” porque incluso muerta va a seguir sosteniendo que usar el lenguaje para hacer equívocos es la forma más digna de soportar la vida.


Poemas

Hoy, mañana, ayer

“Qué grande ha sido nuestro amor 
y sin embargo 
 ay, mirá lo que quedó” 
Los mariados-E. Cadícamo 



Sentí-mientos que se recontraencuentran
En choque absurdo de acuarelas y azabaches
Hoy

Y un casinadie historiador comentará una casinada historia
La nuestra
(Que se cortó-circuitó
Allá hace un sin-cuentatiempo)
Mañana

Y aún tengo pensasensaciones
Por vos
Que cuando la musivoz se te apague
Agotadísima de ciudad,
No habrá canciopiel que me devuelva
A tu ladoabismo.
Y tijementiras a montón.
Y me quedaré yo sin horrociudad
Sin excesciudad
Sin soleciudad
Y te quedarás vos
Sin mi cuerpalabra envolvente y sostenedora.
Al fin la nuestristoria
Se derrumbó.
Ayer.


Quieta

Como promesa política
Como cura médica
Como los efectos de psicoterapias
Como película yanqui
Como el bolso tirado en la terminal
Como la cola en el super
Quieta
Como La Rioja
Me voy a quedar


Grietas


“En las gritas está Dios que acecha” J.L.Borges. 

“So take a look at me now 
There´s an empty space” Phill Collins 
“Sos mi dios, te veo, me sonrojo y tiemblo” Cordera 

Hoy estoy cansada
de haberte buscado todo el día
y de haberte encontrado
todo el día, en los putos detalles

Te puse en las miniaturas
vitales
te vi en un movimiento de cabeza del pianista
estabas en las lágrimas de la poeta
en la cortina del teatro
en el pelo de tu amante
en el zum del acoplado

Retina robada
no te perdono tanta presencia
y mirate
seguís aquí
                      acobardado.


Huir 

Te dejo huir con vida
No ataco de frente
Ni con fusil.
Sólo hiero con el filo
De la palabra.

Te dejo defenderte
Fallas,
No ves, ni escuchas
Se nubla tu vista
de celos.

No quiero matar
No quiero matarme.
Quiero matar
Toda la furia
Que desata tu ¡NO!


El cuerpo en el arte o el arte de hacerse cuerpo

Que el cuerpo debía ponerse en funcionamiento, decíamos
Vos bailabas y cantabas y estirabas y fumabas
Y yo te seguía
Por aquel entonces.
Que el cuerpo hay que ponerlo, decíamos.
Y hay modos:
La tal Rosario canta derrochando florcitas de swing,
el mimo Marceau dibuja sentimientos de cara blanca
y yo
seguiré creyendo en la palabrabrazo.

María Andrea Romero
Publicado con autorización del autor

9 de junio de 2012

"Vocaciones": Luis Salamone, psicoanalista

Cita en las Diagonales es una revista audiovisual de psicoanálisis y cultura creada y dirigida por dos psicoanalistas, Tomás Hoffmann y Susana B. Hoffmann, que de vez en cuando se da el gusto de indagar en la profesión de sus colegas. En tal sentido, pueden recordarse las entrevistas como las de Éric Laurent o Judith Miller, hija de Jacques Lacan, o también aportes como la sección "Escriben los psicoanalistas", donde varias figuras destacados del medio local han publicado algunos de sus trabajos.

Esta vez, fue turno de realizar una entrevista audiovisual a un psicoanalista del medio local. Luis Darío Salamone es un reconocido colega de la Escuela de Orientación Lacaniana y de la Asociación Mundial de Psicoanálisis, argentino, que cuenta con amplia experiencia en la profesión e intereses variados, entre los que se destaca la literatura. Los directores de la revista, Tomás Hoffmann y Susana B. de Hoffmann, se alternaron para hacerle preguntas y para indagar, desde distintos enfoques, los porqués de su elección del psicoanálisis como profesión y como pasión.


Luis Salamone, "La magia de leer en psicoanálisis" (1 de 3)


-"El nacimiento de mis diversas vocaciones hunde sus raíces en la mas temprana infancia, como suele suceder con muchas otras cuestiones". 
-"Pasaba mis vacaciones en un pueblo del interior de Entre Ríos. Allí desarrollé el gusto por la lectura. Las tardes eran largas y aburridas. También, de vez en cuando aparecía un circo. Era como cuando llegaban los gitanos a Macondo. Allí me atrapó la magia". 
-"En una función, un mago me llama al centro del escenario y me hizo meter la mano en una guillotina. Me amenazó con cortármela. Fue una cuestión muy traumática para un chico de 6 años, pero lejos de alejarme, generó una identificación, también a través de una película que vi mucho en aquella época, que fue Harry Houdini. Cuando volví a Buenos  Aires, manifesté mi intención de estudiar magia".  
-"Recién pude actuar como mago en las fiestas de mis hijas".
-"Woody Allen dijo que había pasado de la magia al cine. Yo pasé del cine a la literatura. Me inscribí en un movimiento llamado 'Buenos Aires Poesía", pero mi literatura era muy oscura. Esto siempre me lo marcaba quien dirigía la cuestión, Carmen Teresa Freda. Empecé a relacionarme con escritores que me marcaron mucho, Manuel Mugica Lainez, Bernardo Cordo y le acerque algunos escritos a Isidoro Blaisten. Él me devolvió un libro llamado 'Cerrado por Melancolía', dedicado 'Para Luis Darío, que está muy cerca de la palabra'. En ese momento me encontré por primera vez con Freud y su defensa de la importancia de la palabra". 
-"Cuando le decía a mi papá que iba a estudiar psicoanálisis me respondía que las palabras no curaban, sino que era la medicina la que curaba. Mi padre era médico".
-"La cuestión de la palabra me empezó a enamorar del psicoanálisis". 
-"Por un lado, me atrajo, pero por otro lado empecé a entrar en discordia con Freud, porque pensaba que la castración -a partir de lo que me había pasado con el mago y con mi relación con lo siniestro-, también era algo que atraía, y no que solamente rechazaba". Se lo comenté a mi primer analista y él me contestó con una frase de Lacan: 'Hay un temor a la falta pero también a la falta de la falta'. Entendí que la falta podía provocar atracción, que ese vínculo que otros pueden considerar terrorífico tiene que ver con esa búsqueda, con esa necesidad. Eso es lo que me llevó de la magia a la literatura y después al psicoanálisis".


Luis Salamone, "Lógica de la vocación del psicoanalista" (2 de 3)



-"Creo que el análisis desmanteló tanto el pensamiento mágico como el religioso".
-"La magia tiene alguna cuestión muy lógica para su construcción, porque hay que descubrir un truco, hay que saber cómo hacerlo. me parece que Lacan presentaba una lógica que permitía descubrir ciertas cuestiones freudianas que habían sido desvirtuadas. Miller decía que el pensamiento de Lacan era muy simple. Simple no significa fácil. Comprender esas cosas me permitió hacia la orientación lacaniana".
-"Creo que lo que define la vocación del psicoanalista es el propio análisis. El camino paralelo que recorre toda esta búsqueda tiene que ver con la resolución de la propia neurosis, de las incertidumbres, de las inhibiciones".
-"Si el análisis está para algo es para encontrarse con ese deseo, con esa vocación. Esto genera un interés por el inconsciente, se genera algo ligado al deseo de escuchar, a la curiosidad que generan esas cosas que no aparecen a simple vista. [En lo personal,] hay un gusto muy fuerte por el escuchar, cuando antes era por leer historias y a ayudar a que se desate la cosa".


Luis Salamone, "Algunos detalles sobre su análisis" (3 de 3)


-"La primera vez que fui al consultorio de un psicoanalista sentí incomodidad, extrañeza. Había un silencio bastante espeso, y eso llevó a que empiece a hablar, y después de ahí no paré más".
-"De chico había ido a un psicoanalista pero duré una sola entrevista. Fue muy incómodo, estuve hablando durante 50 minutos a alguien que se mantuvo absolutamente callado. Ni siquiera recuerdo si me saludó cuando entré al consultorio. Yo miraba a un reloj que sonaba y mi impresión fue que le estaba hablando a ese reloj. Le hablé 50 minutos y me fui. Eso me alejó del psicoanálisis".
-"Encontrarme con una crítica al psicoanálisis ortodoxo  me pareció absolutamente entendible".
-"Con el análisis, uno comprende que el trabajo que uno hace no se limita a los minutos de consultorio. Que el inconsciente se pone a trabajar y comienza a haber una continuidad entre una sesión y otra, y en el medio hubo todo un trabajo porque algo se puso en movimiento".
-"Creo que uno se busca a sí mismo en un análisis. Se busca, y con suerte se encuentra. Y encuentra lo que acá llamamos vocación, pero creo que el término que usamos en psicoanálisis es el deseo".

4 de junio de 2012

"Vocaciones": Johnny Gavlovski, dramaturgo y psicoanalista

El dramaturgo y psicoanalista venezolano Johnny Gavloski llegó a nuestro país para el VIII Congreso de la Asociación Mundial de Psicoanálisis, que se celebró en Buenos Aires entre el 23 y el 27 de mayo de 2012. Lo precedía la fama que había alcanzado tras ganar el primer concurso "Obras de Teatro del Mundo", auspiciado por el grupo de teatro Actors of the World (ver nota aquí) con su obra "La última sesión".


Cita en las Diagonales se interesó por este colega que había llegado al teatro y al psicoanálisis a través de historias que se conectaban entre sí a partir de distintos puntos y en distintos momentos de su vida. Vale la pena escuchar sus reflexiones acerca de su padre, de algunos de sus maestros (Juan Carlos Gené, Graciela Brodsky, Luis Hornstein, Mauricio Goldenberg), su contacto con la orientación lacaniana y algunas anécdotas que lo marcaron a fuego.


Johnny Gavlovski, "La guerra cuenta" (1 de 3)


-"Vengo de una familia de artistas, vinculada con el mundo del cine y del teatro. De niño, mi vocación se inclinaba por la actuación y la escritura, fundamentalmente. Y jugar, porque creo que lo que hace un artista es jugar, con los sonidos, con los movimientos, con el cuerpo".
-"Jugaba a montar obras de teatro con los vecinos".
-"Lo primero que escribí fue un poema por la paz mundial. Estaba jugando con amigos y de repente me aparté y me puse a escribir".
-Mi papá fue partisano y luchó en la Segunda Guerra Mundial. Nos contaba cuentos de cómo había sido la vida en los bosques, la vida durante la guerra, y eso fue una imagen sumamente importante para mí, escuchar los cuentos de mi padre".
-"Mi papá era un exiguo lector de Freud. Todas las noches leía un poco. Él era minero y obrero textil, no se dedicaba al psicoanálisis".
-Cuando le conté a mi papá que quería ser psicoanalista, me dijo 'bueno, estos libros son tuyos', y me colocó las Obras Completas de Freud en el escritorio".
-"Nos sentábamos con mi papá y hablábamos de Freud. El que más me impactó fue 'La interpretación de los sueños'. A mi papá le interesaba todo lo que tuviera que ver con el malestar de la cultura. Como excombatiene, le interesaba encontrar un porqué".
-Mi interés por el arte se formó en paralelo al del psicoanálisis. Lllegó un momento en que mi padre me planteó 'el teatro no, ya llegaste a la adolescencia, debes dedicarte a una profesión seria'".


Johnny Gavlovski, "En la cocina de los maestros" (2 de 3)


-"Empecé a hacer teatro con un director argentino que se llamaba Nacho Steimberg. Partimos con el montaje de la obra 'La cocina', de Arnold Wesker. Justo ahora estoy dirigiendo la misma obra, 40 años después".
-"Estudiaba psicología y escondía a mi padre que seguía haciendo teatro. cuando hice el posgrado, justo estaba Juan Carlos Gené en Venezuela. En el posgrado nos hacían trabajar en dos hispitales, una guardia de día y otra guardia de noche, y yo le decía a un hospital que estaba en el otro así me podía escapar a sus clases".
-"Hay un antes y un después de Juan Carlos Gené en mi vida. Recuerdo que nos dijo: 'yo tengo la esperanza que ustedes algún día me digan por qué Hamlet no cumple la promesa que realiza al principio de la obra y por qué se muere sin tomar la decisión'. Juan Carlos era un hombre que siempre te pedía más. La  gente le tenía miedo y yo creía que era un oso de peluche, alguien profundamente sensible, que disfrutaba del deseo de enseñar. Era muy estricto con los ejercicios, las lecturas, te exigía hasta que dabas con el hueso de las lecturas".
-"A nivel del psicoanálisis, dos personas tuvieron mucho impacto en mí: Graciela Brodsky y Luis Hornstein. 
-"Graciela sabía hacernos llegar a enseñanza de Lacan con una claridad y humor tan especial que tiene. Con Luis tuve un trayecto muy importante de conocimiento de la obra de Freud. Y con Mauricio Goldenberg recibí toda mi formación clínica".
-"Tuve un momento de ruptura con el psicoanálisis a partir de mi primer análisis. Me dije que no quería saber nada con aquello y me dediqué al teatro, al cine y a la televisión". 
-"Pero volví. Me di cuente que yo estaba llegando al teatro a partir de lo que había recibido desde el psicoanálisis. Estaba buscando obras que tenían que ver con Freud, nuevamente, aunque yo mismo no lo quería aceptar".

Johnny Gavlovski, "El deslave. La última sesión" (3 de 3)


-"Se produjo el hecho conocido como el deslave. Debido a una lluvia extremadamente copiosa, las montañas se vinieron abajo y corrieron pueblos completos. fuimos convocados los psicólogos para atender a la inmensa cantidad de damnificados. Nos juntamos con siete colegas para discutir qué se iba a hacer y en ese momento empezaron a llegar autobuses con damnificados. ¿Qué ibas a hacer en ese momento si la gente necesitaba agua, cobija, comida y saber dónde estaban sus familiares no aparecidos? Yo trabajaba en un programa de TV y nos organizamos para recibir llamadas, coordinar acciones, recibir donaciones. Allí ocurre una secuencia brutal que es la que me lleva a escribir mi obra 'La última sesión'. Recibimos un llamado que decía que tres hombres se habían metido a un asilo para chicos con Síndrome de Down y habían violado a los trece niños. Ante esa situación, ¿cómo reaccionar? En caliente, lo único que quería era que me pusieran en frente a estas tres personas. En frío, fue preguntarme qué lleva a un hombre, en una situación extrema, a actuar de esa manera. Solamente fue en la orientación lacaniana donde encontré una respuesta para esto. Allí me decidí a retomar el psicoanálisis, pero desde otra perspectiva". 
-"Desde la perspectiva lacaniana se me abrió una forma de enfrentar el arte y la clínica de una manera completamente diferente".
-"No quise ser cómplice de un semblante. Todos los personajes de 'La última sesión' existen. Hay muchos que se escudan detrás de este semblante y no tienen un compromimso ético con su profesión, un compromiso ético con el psicoanálisis, o lo que vayas a hacer. el contacto con el otro implica un compromiso ético. En el psicoanálisis, el contacto con el otro significa algo muy serio. Entonces, de alguna u otra manera, la obra fue para decir 'esto existe, esto ocurrió, no  lo podemos seguir negando. Entre los grupos de psicólogos y de psicoanalistas tiene que haber un debate sobre la ética. El primero que hace una reflexión sobre la ética es Lacan en ese extraordinario Seminario 7". 
-"Psicoanalista no es solamente el que ejerce el psicoanálisis. Psicoanalista también es el producto de un análisis. Tienen que venir de allí. Que yo me denomine como psicoanalista no tiene que venir exclusivamente del deseo de serlo, de ejercer la profesión, sino que se deviene psicoanalista como producto de una elaboración en el diván". 
-"Control. estudio y análisis personal son las tres patas del psicoanálisis. La pregunta es cuántos ejercen esas tres bases".

1 de junio de 2012

Obras: "Tinkunaco", por María Andrea Romero

Primero, una aclaración sobre este cuento que quise compartir con Cita en las Diagonales. Bastaría comentarte que Tinkunaco significa en Cacán, idioma de los diaguitas, encuentro. Tinkunaco se llama también a la ceremonia religiosa que se lleva a cabo una vez al año. En ella se rememora la solución simbólica hallada al conflicto político que existió entre diaguitas y españoles. La no aceptación de un alcalde español, hizo que el pueblo indígena en plena rebeldía se levantara generando un inminente enfrentamiento bélico. Las decisiones españolas implicaban una larga lista de abusos de poder, sin embargo el detonante fue lo relativo al manejo y distribución del agua. Los indios bajaban desde el cerro con sus atuendos de guerra. La intervención de Francisco Solano, quién se había relacionado con ellos vía su violín, hizo que Ñino Dios fuese aceptado como alcalde de la ciudad. Sus atuendos de guerra pasaron a ser ropas festivas cargadas de color. Cada 31 de Diciembre a las 12 del medio día, en la plaza principal se lleva a cabo el Encuentro entre El niño Dios alcalde y San Nicolás de Bari, erigido patrono de la ciudad por los españoles. El Tinkunaco es desigual, como la relación madre-hija, pero un encuentro al fin, sólo si algo se perdió...

2° Concurso de cuentos Febrero Chayero organizado por Dirección de Letras, dependiente de la Dirección de Patrimonio Cultural y Subsecretaria de Cultura y Turismo Municipal de la provincia de La Rioja- 2° Premio.


Tinkunaco

No es necesario imaginarlo, la distancia carcomió sus almas. Alejandra se viste como hippie y Mara, su hija ama todo lo yanqui. En las vacaciones deciden quedarse en La Rioja y comprarse una computadora. Cada una tiene su sesión de usuario con claves de acceso privadas. En el historial de navegación se inscribe la densa vacuidad de sus días veraniegos, sus vidas deambulan entre la música en inglés, los videos de Youtube y lo poco que quedó para poder bajar de la internet después de que el FBI tomara cartas en el asunto.

Es probable que la adolescencia las haya separado. La adolescencia de ambas. Antes veían los mismos canales y comían pochoclos. Parecen estar a la moda, la moda de esas familias monoparentales que hacen como pueden para vivir. Como todo el mundo. Pero está de moda hablar de las nuevas formas de familia y llenar las revistas de consejos psicológicos, “cómo rehacer tu vida”, “cómo actuar con tu hij@ adolescente”, “los tuyos, los míos, los nuestros” y así el mundo voyerista metido en la intimidad de personas enajenadas. Alejandra y Mara son fieles a su época y ya no se encuentran. Habiendo dejado la necesidad que las unía para sobrevivir, ubican incómodamente sus cuerpos en rutinas solitarias. La diversión sin alegría.

Esta mañana se han levantado tarde. Se saludan. No son irrespetuosas pero el olvido de lo que las hizo ser la misma carne las destierra. Una toma leche chocolatada y la otra dice algo parecido a un me duele la panza. En media hora va a estar cada una conectada a algún aparato electrónico de inteligencia artificial. Es febrero y empieza esta noche el Festival de la Chaya. No van a ir, al menos eso acordaron. El día sigue espesamente hasta su oscuridad. El aire acondicionado larga ese olor de agotamiento mental. Quizás se pregunten un tenés hambre en algún momento. Quizás el kiosco de la vuelta lo solucione. Quizás todo transcurra con la pesadez de las certezas.

Mara no tiene hermanos, ni padre y culpa calladamente por eso a Alejandra. Ni un ápice de afecto las hace cruzarse en las paralelas que dibujan. Alejandra ya no repara en los gestos que el silencio dibuja con surcos dolidos el rostro de Mara.

dice el mensaje en el celular. Es un mensaje del papá de Alejandra. No tiene crédito para contestar. No puede decir que no quiere, que no quiere pelear con Mara, que seguro no quiere ir, que la chica nunca tiene ganas. No puede escribirlo, tampoco puede procesarlo. Ha desistido de buscar el modo seductor para convencer a la extraña que habita en Mara. Decide emitir una frase monótona, dicha con tono autoritario que no admita oposición, similar a la que usó su padre Increíblemente, la orden consiguió su propósito sin la necesidad de reiteración. Alejandra sintió alivio, una brisa cercana a un halo de vida, leve como el polvo suspendido en el aire.

Hacía muchos años que toda la familia se reunía para ir a la Chaya. Antes entraban formando una fila y tomados todos de la mano, saltaban y tiraban harina celebrando con inocente alegría. El disfrute los acercaba, blasón de familia en la heráldica del febrero riojano. Ni la forma de festejar se resistió al cambio, inmutables sólo quedaron la albahaca y la blancura. Apenas ingresan al Estadio del Centro los grandes se acomodan en las sillas de la platea numerada y los jóvenes se amontonan en los ranchos. Un par de mensajes de textos soluciona el desencuentro de la vuelta a casa y algunas sábanas viejas sobre los asientos impiden que el auto se ensucie.

Son las 6 y Alejandra pasa directamente al patio para comenzar a quitarse la harina. dice quejosa Mara caminando hacia el césped, busca la manguera que está suelta en el jardín, abre el agua y cuando está a punto de mojarse el pelo, Alejandra interviene. Mara no entiende, el cansancio la deja llevar. mientras habla quita la albahaca prendida en la oreja de Mara y comienza a soltar con dulzura la trenza de su hija, uno a uno quita cada cruce de su pelo negro, cae la pequeñez de cada granito de harina, cae la adolescencia, cae la distancia.

Alejandra pasa sus dedos desenredando el pelo de su hija, se sabe en este instante transmisora de los bellos gestos maternos, de aquellos que ella recibió, que su madre también recibió. Su mano urde sentidos, ella porta saberes que no sabe que tiene. Teje los lazos familiares, ahora es hija, madre y nieta. Se humedece los dedos y quita los restos de pintura de los cachetes acerca su boca en forma de beso y sopla el viento de los mares. La harina vuela. Sabe que nombra, sabe cómo sacar las huellas de la chaya en 
el cuerpo de su hija. Mara es la niña de mamá. Mamá canta, mamá se eleva y vuela con la harina “…y tras un velo blanco de harina sobre el cielo como un pañuelo largo se viene tu recuerdo y me vuelven las ganas de contar secretos, transpirar carnavales que vienen desde adentro”1 Mara en su entrega no abre aún sus ojos, escucha la letra y vuelve a lugares y olores maternos, a la calidez de la vida en su voz. Es el vientre gestacional que late en su pecho y la música que la vio parir. Entiende con natural simpleza que mamá es su historia, que mamá fue papá, que mamá fue hermanos, que mamá canta, que mamá es La Rioja, los cerros y la siesta blanca de febrero y que ella no es más que su retoño. La hija siente como en su cuerpo se pierde el peso eterno del enojo. Disculpa. Comprende. Pero no se anima a decirle a mamá que lo siente. Apenas entreabre sus ojos y ve a mamá. Mamá que sigue cantando. Mamá tiene todavía toda la harina encima, las lágrimas han hecho engrudo en su cara, ese mismo engrudo que ella evitaba. Pequeña Mara sabe ahora que no es necesario pedir perdón.

Madre e hija han terminado el ritual, se quitaron la albahaca, la harina, la pintura y el barro. Ya se bañaron y se van a acostar. Pero no se sacaron la Chaya de encima, esa misma Chaya que hace levantar a la chiquilla y acercarse al cuerpo seguro de abrazos de su mamá, bajar sus defensas y darle un beso, decirle Esa Chaya volverá a encontrarlas cada carnaval. Esa Chaya que les ha quitado ajenidad y la familia que les falta. Esa Chaya que las funda una vez más en un encuentro.

María Andrea Romero 

Publicado con autorización del autor


1) Pancho Cabral “La vidala hecha cuento”



Obras: "Un carnaval sereno", por María Andrea Romero

1° Concurso de cuentos Febrero Chayero organizado por Dirección de Letras, dependiente de la Dirección de Patrimonio Cultural y Subsecretaria de Cultura y Turismo Municipal de la provincia de La Rioja- Mención Especial.


Un carnaval sereno
  
Dedicado a mi familia chayera

Me voy a devolver los videos-frase estúpida pero útil para volver a dirigirle la palabra después de la pelea. Se habían peleado, se habían maltratado, se habían prometido separación y olvido. Tenían 22 años ella y 23 él.
Bajó por el ascensor y aprovechó para mirarse el culo en el espejo, tenía puesto el vestidito a rayas, era de marca, era del Patio Olmos, era lindo pero llevaba casi tres días poniéndoselo. Pleno mes de Noviembre + plena fecha de exámenes = el vestidito de algodón a rayas celestes era lo ideal, además no la hacía tan culona.
La panza le hizo un ruido espantoso, debe ser tanto mate y pucho, dijo en voz alta como si alguien necesitara la explicación. Caminó 5 cuadras hasta la Cañada y cuando llegó a Blockbuster vio un cartel inmenso, una gigantografía de Schwarzenegger embarazado. Le dio gracia y pensó en los embarazos. Mientras la empleada del video le hablaba ella pensaba en cómo se estira la panza, en lo que sentiría una embarazada, en lo que pensaría….y así como sin querer fue llevada despacito a un dato crucial, la chica le explicaba que hoy 20 de noviembre empezaba una promo ¿qué? ¿20 de noviembre? ¿hoy es 20 de noviembre? ¡A mí me tenía que venir el 2! ¡Dios mío!
Lo que siguió fue un agite tremendo que fue del video club a la calle, de la calle a la farmacia, de la farmacia al departamento, del departamento al baño, del baño al inodoro a leer las instrucciones, de las instrucciones al blíster, del blíster puesto al lado del espejo, del espejo al lado de su cara, de sus manos, de su pelo, de su cuerpo impaciente.
Dice 5 minutos…uf.
Se tomó la cabeza, miró la baldosa pequeña del pequeño baño de la Colón. ¿Y ahora? ¿Y ahora qué hago? ¿Y si estoy embarazada? Me faltan 8 materias, me falta la tesis…Antonio quería pero…ay, dios mío! ¿Y cómo voy a hacer para enseñarle a vivir? ¿Y cómo? Si ni yo sé vivir…

Dijo vivir y agitó a todos los dioses paganos.
Dijo vivir y olió la albahaca prendida en la oreja de su padre, feliz como cada Febrero. Y se vió en sus brazos saltando la Chaya y a Marcelo abajo, tan chiquito, haciendo fuerza para levantar el tarro de leche Nido lleno de agua. Y se vio rodeada de primos y hermanos mojados, enharinados, pintados, riendo, saltando.  Estaban a la vuelta, en la esquina, en la Chaya del barrio. En el kiosco de Reyes se chayaba con huevo, con banana, con mostaza, con témpera, con barro. Y sintió las patas mojadas y los resbalones del asfalto engrudado, el pujllay en el medio lleno de cuetes, son las 8 y siguen chayando. ¿Frio? Frio hacía en San Pedro, en el carnaval de la Plaza, eran las 6 de la mañana y sólo hallamos humita en chala pa´ calentarnos las manos. Sí, las manos porque el alma andaba por ahí chayando. ¡Pero más rico estuvo el locro! El locro con la mami y mi hermano, también era de noche, también estábamos chayados, a esa hora ya te agarra un hambre y no hay con qué soltarlo. Locro con panza y ocote, locro con harina, locro con todo. Locro en la Cancha Oficial. Después la Chaya fue Festival, ahí íbamos con las chicas, todas con pañuelos, albahacas, short y remera. Que la Dani se chumaba con medio vaso y empezaba a llorar. Que la Moni quería verlo de cerca a Peteco. Que a la Cari le ardía la cara por andar al rayazo del sol a la siesta y porque la habíamos chayado con dentífrico, claro. Que acompañame al baño, las colas infinitas y abrazame chinita. “Soy dueño i´nombrarlos, soy libre de amar, soy dueño i´nombrarlos, soy libre amar”* Vino con coca, vino con soda, vino con hielo, vino con albahaca, vino enharinau, vino solo y pa´colmo caliente. Y seguro viene un chango chumau a quererte chayar. Mi hermano Silvio dice que cuando no ha ido al Chayero Sanagasteño las tres noches y al Festival las cuatro noches seguidas ha tenido el peor año de su vida.

Miró el reloj de prepo a las 21:43. Ya está. Quitó el blíster con sus manos sin nada de pulso. El corazón saltaba la Chaya, la respiración agitaba un velay y los ojos se le nublaron de harina. Pero así, como volviendo de un sueño o como cuando salís del cine, con esfuerzo focalizó y entonces  miró nítidamente dos rayitas. Positivo.
Contra todo presagio y aniquilando lo desaforado: todo se acomodó. Todo se acomodó en su cabeza, en su panza, en su baño. Se sentó, se secó las lágrimas, respiró hondo 1,2-1,2. Se paró y salió. Salió oronda, embarazada de vida.
Prendió la compu, abrió la carpeta de música y eligió un tema. Desde la cocina y mientras se preparaba un mate con té de burro escuchó con serena alegría:

“…entonces yo te pienso blanqueándome los sueños
sobre las dulces uvas de un Carnaval sereno”**.


María Andrea Romero
 Publicado con autorización del autor


*J.J. Oyola “Copla Chancada”
**Pancho Cabral “La vidala hecha cuento”

Escriben los psicoanalistas: "No busco, encuentro", por Diana Etinger

¿Qué lugar tiene la investigación en la praxis de Lacan? responder a esta cuestión requiere abrir otra – ¿el psicoanálisis está dentro o fuera del campo científico?”. Estas preguntas recorren cada capítulo de su obra, en la que trabaja, a lo largo de su enseñanza, diferentes facetas de cada uno de estos términos: praxis, investigación, ciencia.

Praxis[1]

I.- Lacan introdujo el término “praxis”[2] desde el comienzo de su enseñanza poniendo en juego algunas de sus acepciones. Nos interesa el uso que hace de este término a partir del seminario sobre “La identificación” y en el seminario “La angustia”. En el primero se plantea la “praxis humana” como inserción del significante en lo real [3] y en el seminario sobre la angustia se precisa que en esta praxis, el ser humano, cree “alcanzar el concepto, es decir, cree poder aprehender lo real por medio de un significante”[4].
Estos elementos son el antecedente de la definición de praxis que encontramos en el seminario”Los cuatro conceptos fundamentales”[5]: praxis “es el término más amplio para designar una acción concertada por el hombre, sea cual fuere, que diera la posibilidad de tratar lo real por lo simbólico”.
Esta definición une la teoría con la práctica, constituyendo esta “praxis” el fundamento de toda teorización. En el seminario “El objeto del psicoanálisis”[6], Lacan enfatiza que “para que el analista sepa lo que sucede en su praxis o para dirigirla, no basta que sea un hecho empírico, es necesario cierta reducción”, trabajo que posibilita el nacimiento de una ciencia.

Ciencia
II.- En el “Momento de concluir” [7] Lacan afirmó: “El psicoanálisis debe ser tomado en serio, aun cuando no sea una ciencia”. Tomar en serio implica que lo que está en juego no son creencias religiosas ni mágicas[8]. Tanto Freud como Lacan llevaron a cabo una praxis con los recursos del conocimiento científico de su época.
En Lacan, la cuestión de la posición del psicoanálisis ¿dentro o fuera del campo científico? permaneció abierta, incluso cuando afirmaba que” el psicoanálisis es todo lo contrario de una ciencia”[9]. Por ello decía que es un “delirio, del que se aguarda que lleve a la ciencia” (…) e insistía: “es un delirio científico, pero eso no quiere decir que la práctica analítica jamás llevará a una ciencia”[10], y lo decía en uno de sus últimos seminarios.
Por otra parte, en el comienzo de una ciencia “lo razonable” es un fantasma “[11].” La geometría euclidiana tiene todas las características del fantasma, y un fantasma no es un sueño, es una aspiración”, aspiración que, pensamos, Lacan nunca abandonó.

Algunos momentos de su recorrido
I.-Desde el comienzo de su obra y de su enseñanza, un objetivo primordial para Lacan fue establecer la relación entre psicoanálisis y ciencia, En la “Apertura” del seminario “Los escritos técnicos de Freud” manifiesta que “existe para cada estructura un modo de conceptualización que le es propio[12], proponiéndose encontrar el del psicoanálisis con instrumentos de carácter científico, señalando que “Las ciencias, en particular las ciencias nacientes como las nuestras, toman de prestado, frecuentemente, los modelos de otras ciencias”[13].
II.-En el seminario 2 “El Yo en la teoría de Freud” Lacan introduce diversos elementos del conocimiento científico y epistemológico: la historia de la ciencia, la lingüística, la biología, la física, la lógica y especialmente muchos capítulos de las matemáticas, destinados a elaborar una teoría científica de la experiencia analítica y su formalización matemática. Todos estos temas fueron estudiados, desarrollados y retomados, a lo largo de su enseñanza, una y otra vez con distintos objetivos. Desde luego, también, más de uno, fue desechado.
Y en los últimos seminarios, Lacan se planteaba como operar con un orden de hechos que no podemos conocer sino por palabras. Lo real del inconsciente es un “tejido de palabras”, decía en aquel momento, y la cuestión que estaba en juego era como abordar este real por la vía matemática” y como elucidar la forma en que el lenguaje transporta en el “número” lo real con que se elabora la ciencia, el número de la lógica matemática. Tres años antes, Lacan insistía en que “no es con palabras que escribimos lo real”, el real de la ciencia “se escribe con pequeñas letras”. Es un real desprovisto de sentido, que está en el extremo opuesto de nuestra práctica. [14]
Por otra parte, al mismo tiempo, insistía en el valor de la escritura poética[15] para el psicoanálisis, indicando que con ello se abría otra dimensión para la interpretación analítica. Subrayaba que es en la escritura china[16] y en los poetas chinos donde se encuentra la noción de lo que es la poesía.[17], enfatizando: “No hay más que la poesía, se los he dicho, que permita la interpretación”.[18] “El analizante habla, hace poesía”.[19]
Se trataba de una tesis que anudaba “poesía, ciencia, psicoanálisis, y lo real.”[20] pero, ¿que tiene que ver la poesía con la ciencia y la investigación?

No busco, encuentro…
I.- En el seminario de 1964, acerca de los fundamentos del psicoanálisis, Lacan se interroga por la praxis psicoanalítica, y el registro en el que se tendría que inscribir. Rechaza el término investigación, afirma que nunca se ha considerado un investigador,”término del que no se fía”, (que en este contexto connota “distinción”), y agrega “se me dirá que “de todas maneras, el psicoanálisis es una investigación”[21]. Por lo tanto, atendiendo al espíritu de la objeción de Lacan, aunque nos ocupemos de su praxis como investigador, hablaremos de sus “búsquedas”.
En diferentes momentos de su enseñanza Lacan se refirió a la frase de Picasso "No busco, encuentro"[22], en el seminario “Momento de concluir “la recordó y la modificó: “actualmente no encuentro, busco. Busco, e incluso algunas personas no encuentran inconveniente en acompañarme en esta búsqueda”[23]. Buscaba en la teoría de los nudos, como había buscado en otras ramas de las matemáticas.

La poesía, la música y las matemáticas
En el momento que cuestionaba la validez del campo de la ciencia para el psicoanálisis, y al parecer lo abandonaba, en realidad, lo retomaba en un nuevo terreno que parecía no pertenecer al campo científico.
Veamos. En el seminario “ L’ínsu qui sait de l’une-bevue s’aile à mourre”, que anuda psicoanálisis y poesía, afirmaba que para pensar la estructura del
inconsciente hay que eliminar la gramática, no la sintaxis – entendiendo por sintaxis la “ciencia de las combinaciones y del orden”, ciencia que tiene conexiones con todas las ramas de las matemáticas[24]. Nuevamente, las matemáticas.

¿Y como son las relaciones entre Matemáticas, música, poesía?
Desde la antigüedad hasta nuestros días la relación entre la música y la matemática ha sido objeto de trabajo científico, incluso su formalización matemática se encuentra en la matemática de alto nivel.
También la relación entre la matemática, la música y lenguaje la encontramos desde los comienzos de nuestra cultura. En la antigua Grecia había cierta indistinción- sobre todo evidente en la poesía- entre música y lenguaje. En el siglo XX, Nietzche sostenía que la música carece de significado y que justamente por no tenerlo es de una precisión infinita. La música comparte con la poesía esta cualidad.
A su vez, Wittgenstein plantea ciertas semejanzas entre la experiencia musical, la certeza matemática y la precisión del lenguaje poético (Investigaciones filosóficas) [25]

¿Y que sabe la ciencia, hoy en día, sobre estas conexiones?
Pues bien, estas son tanto fenoménicas como cerebrales:
a) se investiga el sentido del número y el lenguaje: los seres humanos (los bebés) tendrían un sentido del número antes de que pudieran hablar o calcular y usarían los mismos circuitos para los cálculos aritméticos que para el lenguaje.
También se investiga [26] la relación entre distintos tipos de procesos sintácticos, a saber, la sintaxis de la lengua y de la matemática.
b) Se investiga la relación fenoménica entre la música y el lenguaje, el aspecto musical del lenguaje se encuentra en la prosodia, que incluye, entre otros elementos, el ritmo y la melodía.[27]
Los estudios también revelan que la música es procesada por circuitos neuronales que se intrican con los del lenguaje.

Para concluir
“El psicoanálisis debe ser tomado en serio, aún cuando no sea una ciencia”[28]. En la medida en que se pueda reconocer el mundo que inaugura la teoría psicoanalítica, el diálogo con la ciencia podría aportar –como lo ha hecho en muchas disciplinas – los instrumentos de su campo, del campo de la ciencia, destinados a despejar las intuiciones que surgen de la práctica del psicoanálisis y encontrar soluciones a las cuestiones que Lacan dejó planteadas, tales como “de que manera el lenguaje transporta en el “número” el real con el que se elabora la ciencia.”

Diana Etinger
Publicado con autorización del autor



[1] La “Praxis” es una categoría central dentro del marxismo, liga la teoría con la acción. Ver Antonio Gramsci, Introducción a la filosofía de la praxis, Ediciones Península, Nueva Colección Ibérica, Barcelona, 1970, p.24-25/ 65.
[2] Encontramos varias acepciones de praxis en los primeros seminarios: como técnica, en el primer seminario, en el análisis de Marx sobre la mercancía, en el seminario 6, en el seminario 7 en relación al problema ético y también en ese mismo seminario ligado a la noción de los griegos de la plenitud de una acción; y en el seminario 8, la praxis como comienzo de lo humano y también como abstracción, como teoría.
[3] J. Lacan, Seminario 9, “La identificación, clase del 30 de mayo de 1962.
[4] J.Lacan , “ El Seminario 10, “La angustia”, clase del 19 de junio de 1963
[5] J. Lacan, “El Seminario 11, “ Los cuatros conceptos fundamentales del psicoanálisis, p.14-15
[6] J. Lacan, Seminario 13, “El objeto del psicoanálisis” Clase del 1del 12 de 1965.
[7] J. Lacan, Seminario 25, “Practica de charlatanería”, clase del 15 de noviembre de 1977.
[8] Eric Laurent, “El destino del psicoanálisis está vinculado al de la ciencia y por ello, tenemos que formularnos preguntas acerca de ella, evitando toda complicidad con el oscurantismo o las sabidurías precientíficas.” Conferencia dictada en la Universidad Central de Venezuela, 2 de julio de 1981.
[9] .J. Lacan, Seminario 24, L’ínsu L’qui sait de l’une-bevue s’aile à mourre, clase del 26 de febrero de 1977.
[10] Ibíd. clase del 11 de enero de 1977.
[11] J. Lacan, Seminario 25, “Practica de charlatanería”, clase del 15 de noviembre de 1977.
[12] J. Lacan El Seminario 1, Los escritos técnicos de Freud, p.12.
[13] J. Lacan, Ibíd. p.120.
[14] Ver, Conferencias del Massachusettes Institute of Tecnology, en Scilicet6-7, Paris, Editiones du Seuil.
[15] Ver Referencias…33, p.19-21
[16] “Lacan y el pensamiento chino”, François Cheng, en Referencias en la obra de Lacan, Nº 35-36, p.79-80.
[17] J. Lacan, Seminario 24, L’ínsu qui sait de l’une-bevue s’aile à mourre ,clase del 19de abril de 1977, y Referencias…Nº35-36, p. 97
[18] Ibíd. clase del 17 de mayo de 1977.
[19] J. Lacan, Seminario 25, “Momento de concluir”, clase del 20 de diciembre de 1977.
[20] Ver Referencias…Nº 35-36, p.24-25.
[21] J. Lacan, “El Seminario 11, “Los cuatros conceptos fundamentales del psicoanálisis, p. 12,15.
[22] Ver Referencias en la obra de Lacan, n º 4, p.8.
[23] J. Lacan, Seminario 25, “Momento de concluir”, clase del 14 de marzo 1978
[24] Cf. André Lalande, Vocabulario, técnico y filosófico de la filosofía, sobre la sintáctica, 1967, Buenos Aires, El Ateneo, p.982.
[25] Enrique Lynch, La inmediatez, publicado en “ Perspectivas nietzscheanas”, año VII, nº 5-6, octubre, 1998, p.71-86,
[26] Science, vol. 307, 25-2-2005. Pág. 1197
[27] Science, vol 292, 1 junio2001, p.1637.
[28] J. Lacan, Seminario 25, “Practica de charlatanería”, clase del 15 de noviembre de 1977